I genitori a cui viene comunicata una diagnosi di autismo si trovano da un momento all’altro catapultati in un mondo sconosciuto ed estraneo.

Per quanto precoce, spesso tale comunicazione avviene dopo i primi 14 mesi del bambino, molto spesso un bambino che fino a quel momento aveva seguito una linea di sviluppo normale, aveva iniziato a dire le sue prime parole e a comportarsi in modo normale.

Ci sono sicuramente dei segnali che possono indirizzare genitori e pediatri verso la diagnosi prima dei 14 mesi, ma spesso è molto difficile accorgersi di un disturbo ancora misterioso e poco conosciuto per chi, come i familiari, non si sia mai imbattuto in questo problema. Soprattutto è difficile accettare questo cambiamento da parte dei genitori che hanno conosciuto un bambino molto vicino alle loro aspettative e che ad un tratto devono conoscere un bambino diverso, che ha tempi e modi di interazione differenti da quelli di un bambino della sua età. Il disturbo riguarda principalmente l’area della comunicazione e dell’interazione sociale. Il bambino autistico ha difficoltà a comunicare verbalmente, e, quando lo fa, utilizza un linguaggio bizzarro, ripete parole o frasi sentite pronunciare (ecolalia). Inoltre, il bambino mostra comportamenti rigidi e ripetitivi, mostra un’apparente carenza di interesse e di reciprocità relazionale, tende a isolarsi e a stare per conto suo.

E’ importante che i genitori si rivolgano ad uno psicologo dopo aver ricevuto la diagnosi per conoscere in cosa consiste questo disturbo e per rendere più consapevoli le loro decisioni in merito all’educazione e alla terapia più adatta ai loro figli.

Il lavoro terapeutico con i genitori comprende l’elaborazione del lutto nei confronti del figlio “sano” verso il quale erano rivolte tutte le loro aspettative, e l’accettazione del bambino “reale”, con le sue difficoltà e potenzialità. Solo se i genitori inizieranno a “vedere” quel bambino per com’è realmente, sarà possibile per loro interagire in modo più funzionale con lui. Sarà, inoltre, più facile iniziare a considerarsi una “squadra genitoriale” che supporta il bambino e ne facilita lo sviluppo.

Spesso si sente parlare di bambini e di genitori “speciali” perché esistono dei bisogni evolutivi diversi e di conseguenza dei compiti educativi in più da assolvere. Ciò non toglie che i genitori possano rappresentare per i loro figli quella “base sicura” necessaria per ciascun bambino in fase di crescita. Una base da cui possa partire per esplorare e apprendere dal mondo circostante. Ogni progresso sarà accolto dai genitori come un risultato comune, che andrà a rinforzare quel lavoro di squadra, indispensabile per andare avanti e raggiungere altri e nuovi obiettivi.