Di seguito riporto l’intervista concessa a Orizzonte Scuola, giornale online di riferimento per i docenti, il 3 Dicembre 2014:

Casi di autismo in aumento, quali sono le strategie per un didattica inclusiva? Occorrono figure specifiche di supporto per i docenti di sostegno? Lo abbiamo chiesto ad Adele Fortunato.

Adele Fortunato è psicologa, psicoterapeuta familiare e sistemico relazionale che a Roma si occupa da anni di autismo e di disturbi generalizzati dello sviluppo, curando progetti terapeutici e riabilitativi in contesti scolastici e familiari.

Dottoressa, è giusto parlare, come fanno in tanti, di un aumento esponenziale dei casi di autismo nelle nostre scuole? Dovuto a che cosa? Lo riscontra anche dalla sua esperienza?

“Sicuramente è possibile rilevare un aumento dei casi di autismo nelle nostre scuole, dovuto ad una maggiore consapevolezza del disturbo tra i medici e più in generale nella popolazione, alla diffusione di criteri diagnostici più precisi che hanno portato a classificare anche le forme più lievi, prima non riconosciute e trattate a livello medico e terapeutico. Al di là di questo, se fino agli anni Ottanta si contavano 3-5 casi su 10.000, oggi si può affermare che un bambino su 155 sviluppa sintomi rientranti nello spettro autistico. Si è inclini a parlare di “autismi” più che di ”autismo” per la molteplicità di cause (genetiche, metaboliche, infettive, allergiche, tossiche e neurologiche) e di fattori predisponenti e scatenanti; perciò, non esiste una sola causa ma un intrecciarsi di cause ed una concatenazione di eventi (fisiologici, ambientali e contestuali) che possono scatenare, in un dato momento, questa malattia. Nella mia esperienza, sono proprio la sensibilità e la consapevolezza degli insegnanti e delle famiglie ad essere aumentate.

I primi sono sempre più competenti nell’osservare e nel segnalare ai genitori i comportamenti “diversi” dei loro figli, diversi nel senso di “non riconducibili ad una norma, ai comportamenti più diffusi tra i bambini della stessa età”. I genitori, sulla spinta degli insegnanti o seguendo un loro principio interno di valutazione, si attivano sempre di più rivolgendosi ai centri specializzati presenti sul territorio. Spesso si muovono spinti dall’ansia e dalla preoccupazione, alla ricerca di risposte e di soluzioni immediate. Come mai mio figlio si comporta in modo così strano? Perché è più irritabile, meno sorridente e meno reattivo nella relazione rispetto agli altri bambini? Perché non parla ancora? Perché ama stare per conto suo? Questi sono soltanto alcuni dei quesiti che i genitori si pongono prima di rivolgersi agli specialisti”.

Quanti tipi di autismo ci sono?

“Esistono molteplici forme di autismo. Spesso questo disturbo è associato ad un ritardo cognitivo, che può essere lieve o più o meno grave. Si tratta di una diagnosi complessa che coinvolge, compromettendole in modo significativo, tutte o alcune delle aree dello sviluppo del bambino: la comunicazione, il linguaggio, la sua capacità di immaginazione e di simbolizzazione e, in senso più generale, la relazione.

Esistono bambini che non parlano e che comunicano solo per immagini, altri che utilizzano una tastiera per comunicare, con il sostegno di un facilitatore che fornisce al soggetto un supporto fisico. Altri bambini parlano seguendo un pensiero rigido e stereotipato, rappresentato da un linguaggio altrettanto affettato e che può risultare privo di empatia. Non è possibile generalizzare, si parla di spettro autistico proprio perché le caratteristiche e i sottotipi sono moltissimi.

Ciò che sembra accomunare questi bambini è la mancanza o l’alterazione dell’intersoggettività, cioè della capacità spontanea di riferirsi ad un’altra persona e di considerare sé e l’altro come soggetti di una interazione. Da qui si può immaginare senza troppo sforzo quanto siano compromesse per loro la relazione e la possibilità di avere una vita sociale normale e soddisfacente. Mi è capitato di assistere, nel contesto scolastico, a litigi molto violenti tra il bambino e i suoi compagni, provocati proprio dalla difficoltà di comprendere e accettare il punto di vista dell’altro”.

I ragazzi autistici sono affidati ai docenti di sostegno o intervengono anche altre figure a supportarli durante l’orario scolastico?

“Durante l’orario scolastico, i bambini autistici sono affiancati e supportati, oltre che dai docenti di sostegno, dagli assistenti specialistici. Nei casi più fortunati, si tratta di persone molto qualificate, psicologi o educatori, ma purtroppo non è richiesto un titolo specifico per poter svolgere questo lavoro. A Roma, per esempio, la selezione degli assistenti è a discrezione delle Cooperative Sociali che gestiscono tali servizi. I bambini e ragazzi autistici, per i quali viene spesso messo a punto un PEI (Piano Educativo Individualizzato) richiederebbero però un’attenzione e una formazione specifica proprio per la complessità della diagnosi e per le competenze psicologiche che è necessario mettere in campo nel relazionarsi con loro”.

Anche i docenti curricolari dovrebbero essere più formati e informati su questa patologia, secondo lei?

“Sì, credo sia importante formare in maniera più adeguata anche i docenti curricolari perché spesso le scuole si trovano impreparate a gestire emergenze come per esempio le assenze dei docenti di sostegno e degli assistenti specialistici.

Gli insegnanti e la scuola possono trovarsi di fronte ad un vero e proprio vuoto di conoscenze, sia dei ragazzi e delle loro problematiche specifiche, sia delle strategie per potersi relazionare a loro in modo efficace. Questo problema si evidenzia soprattutto dalle scuole medie in poi e a pagarne le spese sono sempre i ragazzi e le loro famiglie.

Non dimentichiamo che la maggiore difficoltà del bambino autistico consiste proprio nel fidarsi e nell’affidarsi all’altro, per cui essere affiancato da qualcuno che non lo conosce e non avere altri punti di riferimento in classe, può essere per lui fonte di stress.

È importante, inoltre, dedicare del tempo all’integrazione del ragazzo nel gruppo classe, facendo in modo che i compagni di classe diventino una vera risorsa. Le strategie non sono sempre efficaci perché, al di là della programmazione di piani di apprendimento individualizzati, i docenti devono prendersi cura della relazione con il bambino/ragazzo autistico, cercando di trovare un canale di comunicazione adeguato, comprendere il suo modo di “funzionare” a livello cognitivo ed emotivo, cogliendo la complessità della situazione e la sua sofferenza”.

Quali sono le maggiori difficoltà che i docenti, curricolari e di sostegno, possono incontrare nell’approccio ai bambini o ai ragazzi autistici? Che consigli potrebbe dare loro?

“Le maggiori difficoltà dei docenti riguardano la gestione dei comportamenti problematici. Spesso questi ragazzi hanno delle crisi comportamentali (graffiano, urlano, si picchiano o colpiscono il docente, si buttano a terra, si mordono o mordono gli altri) legate alla difficoltà o alla impossibilità di comunicare ciò che sentono e di contenere le emozioni più negative (tristezza, delusione, rabbia e frustrazione).

Gestire queste crisi non è semplice e sarebbe opportuna una conoscenza specifica delle strategie per prevenirle o bloccarle sul nascere, per evitare che si abbia una vera e propria “escalation” sulla quale poi intervenire diventa difficile. Un consiglio è quello di dedicare del tempo alla costruzione di un rapporto di fiducia con il bambino, e soltanto in un secondo momento aiutarlo nell’apprendimento. Inoltre, è importante che l’ambiente scolastico sia strutturato il più possibile per accogliere il bambino e facilitarlo nella comunicazione dei suoi bisogni”.

Quali metodi e quali terapie risultano, ad oggi, più vantaggiosi per l’apprendimento?

“I metodi più vantaggiosi sono l’ABA (Applied Behavior Analysis) e il TEACH (Treatment and Education of Autistic and Related Communication-Handicapped Children). Il programma ABA consiste nell’applicazione dei principi comportamentali per l’insegnamento delle abilità sociali e per la correzione dei comportamenti problematici. Esso richiede sessioni di terapia frequenti nell’ambiente naturale del bambino, quindi si predilige la sua casa.

Il TEACH è un programma meno intensivo e che si focalizza maggiormente sulla riorganizzazione dello spazio nell’ambiente scolastico. Nelle aule TEACH, ad esempio, vengono usati tabelloni o suggerimenti organizzativi visivi in quanto i processi visivi sono un punto di forza di molti bambini autistici. L’obiettivo è ottenere una comunicazione funzionale spontanea. Inoltre, è importante che gli operatori e i genitori si confrontino tra loro per scegliere una linea d’intervento comune. I metodi possono integrarsi, una volta stabiliti degli obiettivi chiari, aggiungendo la spontaneità come ingrediente essenziale di ogni comunicazione/interazione umana. Ogni operatore sa benissimo che la relazione con ciascun bambino è unica”.